Schermata: HBO

“Will [adaption X] rompere il maledizione dei videogiochi?” è un dibattito tanto ciclico e inutile nella critica dell’intrattenimento quanto “I videogiochi sono arte?” è nei media videoludici, ma L’ultimo di noi Craig Mazin, showrunner, è intenzionato a fondere le due cose per rendere il suo press tour il più insopportabile possibile.

Parlando con il New Yorker-in un pezzo intitolato “Can L’ultimo di noi Break the Curse of Bad Video Game Adaptations?”-Mazin ha parlato della transizione del gioco da un’esperienza controllata dal giocatore a una passiva, e di come questo processo possa dire qualcosa sull’approccio della serie alla violenza. Si tratta di un’idea interessante, dato che The Last of Us come serie di videogiochi ha sempre dovuto camminare sul filo del rasoio narrativo, raccontando una storia sulla modi in cui la violenza può distruggere le persone e allo stesso tempo è un gioco d’azione-horror in cui l’interazione principale con il mondo come giocatore consiste nel far saltare le cervella alle persone e agli zombie fungini.

“Quando si gioca una sezione, si uccidono le persone e quando si muore si viene rimandati al checkpoint. Tutte quelle persone tornano a muoversi nello stesso modo”, dice Mazin a proposito della struttura intrinseca del gioco. The Last of Us, e i videogiochi in generale. TNon c’è bisogno di uno stato di fallimento in TV e nei film al di fuori di motivi più ampi legati alla storia; la loro esistenza nei videogiochi è in gran parte meccanica. Mazin spiega invece questo approccio con l’idea che le persone non sono in grado di connettersi emotivamente alla morte di una persona fittizia (fatta di poligoni) in un videogioco rispetto a quella di una persona fittizia (ritratta da un attore in carne e ossa) in uno show televisivo. “Guardare una persona morire, credo, dovrebbe essere molto diverso dal guardare dei pixel morire”.

Questa è… certamente un’argomentazione, e un’osservazione sfacciatamente sprezzante sul gioco che state adattando e anche solo la settimana scorsa acclamata come la più grande storia di videogiochi mai esistita raccontata. Entrambe le affermazioni sembrano incongruenti, ma parlano di un disconoscimento generale dei videogiochi come mezzo di comunicazione che deve essere paradossalmente elevati al di sopra delle loro possibilità e dichiarati sciocchi ed emotivamente privi di valore per poter essere presi sul serio da un pubblico più vasto nel processo di adattamento. O sono stupidi perditempo con una grafica del cavolo che ora sono degni di attenzione grazie all’adattamento, oppure sono la cosa più bella della storia del mondo e quindi richiesta l’attenzione di essere presi sul serio da medium più maturi. Quindi cosa è L’ultimo di noi davvero a Craig Mazin?

Lo scopriremo tra qualche settimana quando L’ultimo di noi arriva su HBO Max.


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